Arrivo in India 24/10 DHARAMSALA-MCLEOD GANJ (Himachal Pradesh)
24/10 ore 8.30 DEHLI-DAHRMSHALA AIRPORT
Non ho chiuso occhio tutta notte in aereo, ma sono a Dehli.
La moquette mi accoglie appena uscita dall’aereo. Nastri trasportatori si susseguono fino all’orizzonte. Devo recuperare lo zaino, reimbarcarlo e fare le procedure di controllo per il volo per Dahramsala, la mia destinazione. Ho più di due ore di tempo e vorrei cambiare un po di soldi e fare la sim indiana.
Sembrava semplice. L’aeroporto mi ha risucchiata nei suoi corridoi, nelle sue file lunghissime, nei suoi controlli infiniti. Non sono riuscita nè a fare la sim nè a cambiare i soldi. Ho una sete pazzesca ma sono arrivata al gate. Faró tutto all’aeroporto di Dahramsala.
Il volo viene annunciato in ritardo, imbarchiamo in ritardo, decolliamo in ritardo. In pratica l’unica che si è sbattuta per essere puntuale sono stata io.
La testa mi cade in mano, solo l’aria condizionata è talmente forte da tenermi gli occhi aperti. Un paio d’ore e ci siamo, speriamo portino uno spuntino.
L’aereo era minuscolo, e così anche l’aeroporto, uno stanzone che si affaccia su un cortile, in pratica. Un nastro per i bagagli di un paio di metri, in pochi minuti sono fuori. Un uomo con un cartello WELCOME ELENA mi riconosce al primo sguardo, che cade sul mio zaino gigante e sulla mia treccia bionda. Lui ha più soldi che denti, ma il suo sorriso è il mio benvenuto.
24/10 DHARAMSALA-MCLEOD GANJ (Himachal Pradesh)
A pochi metri dall’aeroporto mi trovo catapultata in India. Auto da tutte le direzioni e clacson continui. Persone, cani, mucche e scimmie, sulla carreggiata. Surrogati di garage e ruderi adibiti a negozi, banchetti a bordo strada. Il taxista guida imperterrito schivando tutto e tutti, e ogni tre secondi suona il clacson, contribuendo al grande concerto indiano. Dopo poco capisco che il clacson serve per tutto: quando vuoi sorpassare, quando ti vuoi annunciare, quando vuoi salutare (anche chi non conosci), quando vuoi far spostare persone o animali, e naturalmente quando vuoi mandare al diavolo qualcuno.
Passato Dahramsala, la parte bassa della cittá, la strada a curve ci porta a McLeod Ganj, un paesino a 2000 metri d’altezza.
Qui vivono i rifugiati del tibet e il loro massimo esponente, il Dalai Lama.
Arrivo alla guesthouse, è in una buona posizione. Il primo impatto è davvero buono, è molto colorata e ha una sala bar-ristorante con una grande vetrata e una terrazza che si affaccia all’Himalaya. Sono stanca ma felice. Mi accompagnano alla mia camera. Sembra essere in uno scantinato. È buia, umida, e chiaramente non è il massimo della pulizia, ma accettabile considerando gli standard indiani. Sono stanca, e un po meno felice. Decido di non pensarci, lascio le mie cose e mi dirigo in paese, non si ragiona a stomaco vuoto.
McLeod Ganj sono praticamente due lunghe vie principali che si uniscono in una piazzetta per poi diramarsi in altre due vie e viuzze. Negozi, bancarelle, caffè e ristoranti si susseguono lungo le vie. Persone, persone, persone ovunque e cani, tantissimi cani, bellini e pulciosi. I clacson restano la colonna sonora che fa da sottofondo al mescolarsi delle voci di queste vie affollate. Mi lascio accogliere dalla magica india. I miei occhi si muovono veloci e ad ogni angolo qualcosa cattura il mio sguardo. I profumi delle cucine mi ricordano che devo pranzare. Trovo un posto per cambiare qualche soldo e mi dirigo verso il ristorante tibetano di cui avevo letto buone recensioni. Per non sbagliare, mi fiondo su dei Momos, uno dei piatti più tipici e conosciuti della cucina tibetana, in pratica dei ravioli cotti a vapore simili a quelli cinesi, accompagnati da un buon te caldo. Pranzo veloce e via alla perlustrazione della zona finchè fa quasi buio e quasi freddo. Le temperature a McLeod Ganj vanno dai 18 ai 5 gradi. Rientro alla guesthouse e ceno li. Un ottimo curry e un masala tea sono proprio quello che ci vuole per affrontare la stanchezza e, soprattutto la mia stanza. I ragazzi dello staff della guesthouse accendono un fuoco sulla terrazza, l’Himalaya ci osserva anche se noi non lo vediamo. Chiacchieriamo un po, ma poi è il momento di rientrare in camera, che con l’arrivo della sera si è fatta ancor meno accogliente. Odore di muffa, umidità e freddo mi accolgono. Le stanza non ha il riscaldamento chiaramente, chiedo una stufetta ai ragazzi, ma dopo una mezz’ora smetterà di funzionare. Sfodero le mie armi: il mio cuscino gonfiabile, il mio sacco letto e la mia coperta di celophan isolante. Per il letto è il massimo che posso fare. Il bagno non è nemmeno malvagio, solo un po di muffa alle pareti. Mi do una sciacquata in modo sommario, scelgo qualche vestito caldo da usare come pigiama e lavo i denti usando l’acqua in bottiglia. Mi infilo a letto, domani è un’altro giorno e troveró una soluzione.
25/10 MCLEOD GANJ
Buongiorno, è il mio compleanno. Mi sveglio tutta rotta e indolenzita, non credo sia colpa della vecchiaia, ma della cantina. Mi lavo, mi vesto e fuggo. Uno dei tanti pittoreschi cafè mi aspetta per colazione, dove insieme all’immancabile masala tea mi gusto una di quelle che saranno le mie 5 fette di torta di compleanno! Una degustazione di torte fatte in casa in pratica, perchè a McLeod Ganj le torte proprio non mancano: brownie cake, carrot cake, chokolate cake, banana cake e molte moltissime altre. Parto alla volta della perlustrazione, ripartendo da dove ero restata all’imbrunire. L’occhio è vigile, cerco anche un nuovo posto per passare le prossime notti, e lo trovo. Un alberghetto un po più decentrato, ma ormai conosco la zona. Nazir, il ragazzo della reception è davvero gentile e, lo sará anche in altre occasioni. Mi fa vedere la camera, è soleggiata e non sembra per nulla umida. Pulita, sempre considerando gli standard indiani, e perfino meno costosa della vecchia. Mi precipito alla guesthouse per fare il ceckout prima che mi addebitino la seconda notte. Fortunatamente avevo prenotato via mail e pagato solo la prima notte, perció non hanno potuto opporsi. Nazir andrà a prendere il mio zaino più tardi, come dice, devo godermi il mio compleanno. Pranzo con degli ottimi noodle e mi rilasso scovando i cafè che mi ero annotata da casa. Sono tutti così accoglienti e ognuno particolare a modo suo, ci si siede dove si vuole e si chiacchiera con il proprio vicino. Qui si fondono culture e si condividono esperienze di fronte a una fetta di torta e un tè. Tra un giretto e l’altro trovo anche il centro massaggi che dopo parecchie ricerche era risultato essere il più consigliato. Mittra ha vent’anni di esperienza ed è proprio quello che ci vuole dopo la notte in aereo e la notte in cantina, e prima del trekking di domani.
Il massaggio è stato fantastico e mi sento nuova, ne prenoto uno anche per domani. Si è fatta quasi sera e sono proprio vicina a uno dei caffè più interessanti, un caffè letterario con una biblioteca fornitissima e per nulla banale. Decido di cenare qui, con una zuppa di zucca e dei falafel esagerati accompagnati da hummus e naturalmente del tè. Si fa buio e devo camminare un pochino, per fortuna ho il mio frontalino a illuminare la strada, ma domani dopo il massaggio ceneró in albergo.
Ho condiviso molto con voi e, se ve lo state chiedendo, no: niente problemi intestinali! O sono stata molto attenta o molto fortunata, forse la cura di fermenti lattici è stata una bella mossa o forse, è semplicemente presto per parlarne.




















