27/10 MCLEOD GANJ
27/10 MCLEOD GANJ
Mi sveglio riposata anche se le gambe sono un po indolenzite dal trekking di ieri. Oggi è l’ultimo giorno qui. Inizio la giornata con una tranquilla colazione in uno dei miei cafè preferiti, prendo una torta alle carote e un lassi al mango, una specie di yogourt un po più liquido. È il momento di respirare la parte più spirituale di McLeod Ganj, quella dove il piccolo tibet esprime il suo credo buddista. Davanti a me la colorata facciata del Kalachakra Temple, un piccolo tempio proprio in centro. Il perimetro del tempio è un susseguirsi di ruote della preghiera, sulle quali è riportato il mantra Om Mani Padme Um. Mentre si cammina lungo il perimetro, si fanno girare le ruote e questo simboleggia la recitazione del mantra. Dopo aver fatto il percorso, entro. Il piccolo tempio è coloratissimo, e nella stanza principale alcuni monaci stanno tenendo i propri dibattiti, ma posso entrare. Mi guardo intorno e i monaci mi sorridono. Le pareti sono decorate da disegni, gli altari sono ricchi di offerte. Ora è il momento di dirigermi verso lo Tsuglagkhang Complex, il complesso che ospita la residenza del Dalai Lama, il Tsuglagkhang Temple -il tempio dove il Dalai Lama tiene i suoi insegnamenti e le sue udienze, il Namgyal Monastery, dove i monaci tengono i loro discorsi e il museo tibetano, che racconta la triste storia del tibet. Nel complesso c’è anche un area residenziale, dove abitano i monaci. Anche qui, proprio fuori dal tempio, c’e un percorso di ruote della preghiera. Il tempio all’interno è molto bello e il salone è ampio, per poter ospitare le molte persone che si recano qui per incontrare il Dalai Lama. I monaci curano tutto nei minimi dettagli e ogni mattina nuove offerte vengono portate al tempio. Mandala di sabbia vengono realizzati e poi distrutti ogni giorno. Una donna mi indica una piccola cisterna con un rubinetto, mi spiega che posso avere dell’acqua sacra. Devo berla e cospargermi il capo. È giallo fluo. Fingo di berla e passo le mani inumidite sulla testa. Attorno al complesso un percorso ad anello lungo un kilometro e mezzo è chiamato Kora Circuit. Mi dicono di seguire le bandierine colorate. All’inizio del percorso dei bambini scalzi e impolverati giocano per terra, una donna gli da delle banane e loro sono felicissimi. Sono i bambini dei rifugiati. Sorridono e sono all’oscuro di tutto. La vegetazione fa da contorno e da contrasto ai colori delle bandierine. Lungo la via sassi dipinti riportano mantra colorati. Ruote della preghiera vengono ogni giorno fatte girare dai fedeli che percorrono il Kora. Cammino. Incontro un monaco che da del pane sbriciolato alle mucche che padroneggiano quel tratto di via. Anche le scimmie hanno scelto questo posto pacifico per trascorrere il loro tempo. Proseguo fino alla fine del percorso e mi ritrovo di nuovo all’ingresso del tempio. Li, un uomo dipinge a mano i cilindri che delle ruote della preghiera. È ora di pranzo e le passeggiate mi hanno messo un grande appetito. Il pomeriggio trascorre tra le bancarelle, compro un po di prodotti di artigianato tibetano. Delle calde coperte bordeaux, usate come scialli dai monaci; una sciarpa; delle calze; una statuetta; una scatolina in legno intagliato; un thangka -un minuzioso dipinto su canvas fatto a mano dai monaci; delle cartoline dipinte a mano; un braccialetto con il mantra Om mani padme um, e naturalmente della bandierine e degli stemmi freetibet, acquistati al negozio gestito dai volontari. Affronto anche la questione sim indiana, domani mi aspetta un lungo viaggio e non voglio muovermi sola senza telefono. Devo decidere quale compagnia, spostandomi in molti stati, in alcuni potrebbe non ricevere e poi devo vedere di pagare il giusto. L’altra questione è evitare le truffe, spesso ti danno una sim che dopo poco non va più, oppure ti dicono di averti attivato un piano e invece non è così. La giungla della telefonia indiana, tutti ci passano. Fatto, ho un numero indiano con la compagnia Idea. Rientrando all’albergo passo davanti al monastero dove i giovani monaci abitano e studiano, la mattina li avevo visti rientrare dal bagno, con lo spazzolino da denti in mano e la salvietta sulla spalla. Nel pomeriggio li avevo visti ognuno seduto in un angolo con la testa chinata su un libro. Ora sono in gruppo e stanno facendo degli esercizi a coppie. Sono davvero stanca, una buona cena mi aspetta. Mentre ceno scarico l’app di Idea, così posso tenere monitorato il mio piano. Scopro che mi chiamo Matilda, giá, mi hanno dato una sim usata. Eppure l’hanno aperta davanti ai miei occhi, come la storia della scatola con il mattone a Napoli. La paura è che la sim possa scadere a breve. Vado in reception per pagare il conto perchè domani partiró presto, e parlo con Nazir dell’accaduto. Chiama il proprietario del negozio e lui gli dice che è tutto a posto, ma naturalmente non gli crediamo. Cerco di non pensarci, pago il conto e ritiro i miei vestiti che sono stati portati in lavanderia dall’albergo. Chiaramente la prima cosa che faccio è annusarli, e sento il profumo dell’olio del massaggio ayurvedico. Non bene, ma non solo. Sul pile vedo una pulce. È davvero troppo tutto insieme, e domani mi aspetta un viaggio lungo, con uno sconosciuto come driver. La mia fiducia è sotto zero. Nazir mi rassicura sul driver, lo conosce, e posso restare in contatto con lui durante il viaggio, sempre che il mio telefono continui a funzionare. A volte l’India ti mette a dura prova. Raduno le mie cose e metto i vestiti della lavanderia in un sacco. Ci penseró domani, ora devo riposare.














