28/10 MCLEOD GANJ – AMRITZAR (Punjab)
28/10 MCLEOD GANJ – AMRITZAR (Punjab)
Appena fuori dalla reception dell’albergo, un ragazzo passa con uno straccio la carrozzeria di una vecchia berlina bianca. Dev’essere la mia auto, e lui dev’essere il mio driver. Saluto Nazir, lo ringrazio per il suo aiuto e per avermi fatto sentire a casa, si raccomanda di farmi sentire durante il viaggio per qualsiasi necessitá e di fargli sapere quando arrivo. Swami, il padrone dell’agenzia con cui ho concordato il mio trasferimento, mi presenta Rajesh, il mio autista per i prossimi due giorni, compagno di un viaggio in auto di quindici ore. Il suo viso è rilassato e sorridente e sembra essere davvero un bravo ragazzo. Partiamo alla volta della nostra prima destinazione, Amritzar, in Punjab.
Il Punjab è lo stato della popolazione Sikh, gli indiani con il turbante. I Sikh hanno la propria lingua e la propria religione, e il proprio tempio d’oro! Rajesh ha ventinove anni e fa questo lavoro da dieci anni. In auto, il viaggio scorre veloce, io e Rajesh chiacchieriamo molto, mettendo a confronto i nostri paesi, le nostre culture e le nostre vite. Chiamami pure Raji, mi dice. Sulla strada ci fermiamo a vedere una risaia secca, perchè la stagione è terminata, e una di basmati, che non è un riso locale, ma è in piena stagione, con i suoi biondi ciuffi che si vedono anche da lontano. Dopo poco più di un paio d’ore siamo a metà strada e facciamo una sosta per uno spuntino, Rajesh mi dice che si ferma sempre in questo posto, che ha tutta l’aria di essere una trattoria indiana per camionisti e viandanti. Berró solo un te, assicurandomi che sia ben bollito. In auto sgranocchio una confezione di biscotti e scrivo un po di appunti. Rajesh mi chiama, alzo lo sguardo e stiamo entrando in Amritsar. Parcheggiamo l’auto in un parcheggio a cinque o sei piani, è il parcheggio per chi vuole recarsi in centro e al tempio. Cerchiamo un bagno, non sarà il massimo ma è necessario. Prima vado io, è il bagno più sporco che ho visto fin ora, e forse, nella mia vita. Penso già a quando potró pulire le ciabatte e sono fiera di aver sdoganato le calze con le Birkenstock. Aspetto Raj fuori dal bagno degli uomini ma c’è troppa coda e ne cercherà uno dopo. Scendiamo di alcuni piani per andare all’uscita. Le scale sono affollate, qualcuno è già a piedi nudi e io ripenso alle mie ciabatte. L’uscita è uno schiaffo in faccia. Sono in India, nella vera India, l’India calda e soffocante, confusionaria e sovraffollata. Percorriamo il centro, i palazzi rossi, gli archi che incorniciano le vetrine dei negozi e le finestre degli hotel.
Le mie gambe sono gonfie per il viaggio e per lo sbalzo climatico ma cammino veloce seguendo Raji. Raji non è solo un autista, mi sta accompagnando al tempio d’oro e fino a questo momento non immaginavo quanto sarebbe stata dura da affrontare senza di lui. Per rispetto, cammina sempre un passo davanti a me, ma con occhio vigile controlla sempre che io lo stia seguendo. Gli sto alle calcagna e mi sento osservata. Arriviamo alla fontana pubblica, Raji mi dice di aspettarlo qui mentre cerca un bagno. Sono i cinque minuti più lunghi della mia vita. Centianaia, di persone camminano attorno a me e mi osservano, alcuni parlano tra di loro mentre mi guardano. A nessuno passo inosservata. È domenica e i Sikh di tutto lo stato possono concedersi una visita al tempio d’oro. È il giorno più affollato della settimana, e sono l’unica turista in tutta la citta. Alla fontana un uomo riempie d’acqua ciotole di latta e le porge alle persone. Si beve e poi, mentre ci si allontana, si lascia cadere la ciotola in una delle ceste per la raccolta, alcuni non centrano la cesta e le ciotole cadono a terra. Le ceste con le ciotole vengono riportate all’uomo, che continua a riempire e distribuire a ripetizione, e il tintinnio di una ciotola sull’altra continua.
Mi sento davvero in imbarazzo, e forse un po impaurita, cerco di tenere lo sguardo basso e di fondermi con la colonna alla quale sono appoggiata. Raj arriva, finalmente. Ci dirigiamo verso il deposito delle scarpe, e come precisa Raji, delle calze. Sono fregata. Rassegnata tolgo tutto e consegno, ci danno un numerino per il ritiro. Camminiamo verso il tempio, delle ceste contengono dei copricapo. Ne prendiamo due e li indossiamo. Non devo pensare a quante persone l’abbiano indossato prima di me. Davanti a noi la vasca per il lavaggio dei piedi. È di un colore tra il grigio e il marrone, diciamo tortora. Devo entrarci. L’acqua è quasi melmosa. Passiamo la vasca e attraverso un arco, ci ritroviamo nell’area del tempio, ora siamo in un luogo sacro. È come se ci trovassimo in una grande piazza. Sul perimetro il “sentiero di marmo”, edifici in marmo bianco con archi e cupole che ospitano piccoli templi e, al centro, lui, il tempio d’oro. È bellissimo, sono bellissimi, lui e il gemello, specchiato nelle acque dell’Amrit Sarovar, la vasca del nettare, da cui prende il nome la città. Molte persone si immergono nella grande vasca per purifucarsi. L’area è affollatissima e per entrare al tempio c’è una lunga fila. Ci mettiamo in fila e mi guardo in giro.
Sono incantata da tutto e da tutti.
Abiti fantasia, capi coperti da sciarpe velate impreziosite da qualche lustrino, lunghe treccie nere. Turbanti blu, arancioni, gialli, tuniche e pantaloni in lino, folte barbe nere e lunghe barbe grigie. Siamo un unico fiume di gente, che si muove a piccoli passi appena si crea un po di spazio davanti a noi. Non passo inosservata neanche qui. Man mano il fiume procede e i miei vicini di fila cambiano, gli sguardi restano gli stessi. Una canzone si ripete, ipnotica colonna sonora dell’interminabile fila. Nessuno sembra essere scocciato o innervosito per l’attesa, tutti sono rilassati e tranquilli, qualcuno canticchia la canzone. Finalmente entriamo anche noi. Che meraviglia. È veramente oro, oro vero. Saliamo e scendiamo le scale, seguiamo i turbanti dentro e fuori dalle stanze, e ci soffermiamo a guardare dalle finestre ad arco. Fuori tutto ció che ci circonda è in marmo bianco e si scorgono i palazzi e gli ingressi fortificati. All’uscita del tempio viene distribuita l’offerta sacra, la Prasad. Un uomo ne porge una manciata nella mano di chiunque passi di li. Raji la prende, io mi limito ad annusare e osservare. Il profumo è dolcissimo e Raj dice che è buonissima. Ci dirigiamo alle cucine, qui ogni visitatore puó ricevere gratuitamente una semplice razione di curry, lenticchie e riso al latte. Ci mettiamo in fila. Cucchiaio, piatto e bicchiere in latta vengono distribuiti a centinaia. Seguo Raji e entriamo. Lunghe file parallele di persone sedute, dei ragazzi con i turbanti sul capo passano a distribuire il cibo con grandi pentoloni. Una mestolata per ogni pietanza, che si adagia sul piatto occupando uno dei tre spicchi. Da cestini in paglia un altro ragazzo prende delle chapati, simili alle nostre piadine, e le lancia quasi fossero freesbe mentre cammina lungo le file. Il salone ha una capienza enorme, per sfamare tutti. Uno dei principi Sikh, infatti, è aiutare il prossimo, e tutto si basa sul lavoro volontario. Consegnamo i nostri piatti e ce ne andiamo. Non ricordo che sto camminando a piedi nudi. Ho oltrepassato le mie barriere mentali quando ho attraversato la prima volta la vasca tortora, l’uscita passa quasi inosservata. Andiamo a ritirare le scarpe e torniamo al parcheggio. È il momento di cercare un albergo, e ad Amritsar non è facile trovare un posto decente. Decido di spostarmi verso la zona della stazione, fuori dal centro, per gli stessi soldi, le sistemazioni potrebbero essere più decorose. Troviamo un albergo decente, ceno e vado subito in camera, Raj dormirá in auto, la sua casa come dice lui. Una doccia calda, anche se le temperature a Amritzar sono estive, e la mia routine di igene personale. Preparo poi il letto, con la solita tecnica del cuscino gonfiabile e del sacco letto. Qui almeno non ho il problema delle coperte pulciose perchè non servono. Prima di dormire ripenso alla giornata. Gli uomini sikh mi affascinano davvero molto, soprattutto quelli anziani. I loro occhi scuri risaltano evidenziati dalle folte, grigie sopraciglia e le grigie barbe e baffi contrastano con la pelle ambrata. I turbanti colorati incorniciano il loro viso. Le rughe profonde che lo decorano sono i segni lasciati dalle loro vite.
Non guardare mai negli occhi. Queste parole di Gurvinder, un’amico indiano, me le sono ripetuta tutto il giorno. Il mio sguardo non ha mai incontrato i loro, ma li sentivo. Li sentivo tutti. Non solo quelli degli uomini, non parlo di quel tipo di sguardo, anche e soprattutto quelli delle donne, che forse, più si confrontavano con me. Ora so cosa si prova a sentirsi diversi, osservati, non accettati. Erano centinaia davvero, e io, io ero l’unica che non era come loro. Ora devo riposare, domattina presto si riparte.














