India 2018

31/10 RISHIKESH

31/10 RISHIKESH

Mi sveglio nel cuore della notte tremando dal freddo. La porta della mia camera è spalancata! Il vento soffia fortissimo e il catenaccio interno non è riuscito a contrastarne la forza. Che spavento, e che freddo. Chiudo con forza il catenaccio e metto una sedia alla porta. Mi scaldo con il phon e cerco di riaddormentarmi. È mattina, ma è ancora buio, il vento mi sveglia di nuovo. Sbatte sulle finestre e su tutto quello che incontra sulla sua via e, se non trova che aria, gira su se stesso e sembra quasi arrabbiarsi. Il rumore è fortissmo, quando si incanala nella piccola corte sulla quale si affacciano le camere della guesthouse. Sembra un auto che accelera e decelera nervosamente fuori dalla mia porta. Guardo fuori dalla finestra di fronte al mio letto, gli alberi più sottili sono quasi piegati. Sono infreddolita. Sono le sei e ormai sono sveglia da un po, accendo la luce. Sotto il tavolino poco distante da me, il sacchetto del cestino si muove a ritmo del vento. Tra me e il cestino, c’è la porta, ecco perchè sono così infreddolita e ho mal di collo. Ancora qualche minuto di phon caldo, mentre scrivo queste note. Non vedo l’ora che si faccia giorno, ma non mi alletta molto l’idea di lasciare il mio letto. Spero che il vento cali presto. Si fa chiaro, mi vesto e esco per fare colazione, e il vento mi accompagna al cafè. Il tempo di un masala tea e una fetta di torta e il vento lascia il posto al sole.
Rishikesh ha molti templi. Templi imponenti, che si vedono da una sponda all’altra del ponte, templi grandi, che dominano le rive del fiume, templi piccoli, che sbucano dietro l’angolo di un negozio. Seguo altri piedi nudi, che hanno già fatto quei passi molte volte. Un bramino mi accoglie. Mi racconta la storia di quel tempio. Mi chiede di me, da dove vengo e se sono sposata. È normale, in India almeno quattro o cinque volte al giorno qualcuno mi chiede se sono sposata e io, rispondo sempre di si. Cinge un filo rosso al mio polso, quello sinistro, come a tutte le donne sposate. Intinge il pollice nel pigmento rosso ed esco dal tempio con un Tilaka, un segno tra le sopraciglia che viene fatto ai pellegrini a seguito della visita al tempio.
Percorcorro la strada che porta alla riva del fiume. Il Gange è un fiume sacro per gli Induisti, la mitologia racconta la storia della dea Ganga. Le sue acque purificano e liberano dai peccati. Il sole mi scalda. Sono arrivata a Ganga beach e i miei passi si muovono sulla sabbia sottile. Mother Ganga, e i miei piedi si bagnano. I pantaloni beige si fanno più scuri. L’acqua scorre, come i miei pensieri. Resto qui per un po. Sono qui, qui ed ora, Mother Ganga.
Guardo Ram Jula dal basso. Salgo i gradini del gath e prendo la via del ritorno, verso Laxman Jula. Stanotte è l’ultima notte già pagata alla guesthouse, è il momento di cercare una sistemazione migliore, e di trovare la tanto desiderata lavanderia.

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